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venerdì 16 giugno 2023

DONARE AMORE : INDISPENSABILE CONDIZIONE PER L'INCLUSIONE SOCIALE

 


La famiglia è un gruppo di persone legate da un vincolo affettivo,culturale e sociale; ne possiamo analizzare ogni singolo aspetto, per comprendere quanto questa micro struttura sia di fondamentale importanza per ogni uomo,donna e bambino sulla terra. Il vincolo affettivo si mostra come il piú forte,, troviamo l'amore di una donna per un uomo e viceversa,l'amore dei genitori per i figli e l'amore dei figli nei confronti dei loro genitori;siamo a conoscenza dell'importanza di donare amore e riceverne sia sotto il profilo dell'amicizia,di un armonioso rapporto di lavoro o del buongiorno ricevuto col sorriso da un passante che abbiamo incontrato per strada. Tutto ruota attorno a tale sentimento e la famiglia è per eccellenza l'unione tra persone che si amano incondizionatamente e che desiderano condividere la propria quotidianità con i membri che la costituiscono;è come se si abbia il desiderio di vivere quelle persone al cento per cento,per il solo fatto di soddisfare quel bisogno primario, che ti spinge a prenderti cura di qualcuno. Se invece poniamo sotto osservazione il vincolo culturale,che lega ad esempio due partner,scopriamo che tale vincolo mette in relazione tutto il mondo; pensiamo alle unioni tra due persone di una stessa nazionalità,ma con dialetti differenti, perché provenienti da due regioni distinte,oppure, un tedesco e un brasiliano,o ancora,di un argentino con un filippino…cosa notiamo? La prima domanda che  sorge spontanea è, ma come hanno fatto ad incontrarsi e a far coincidere le loro diverse abitudini e tradizioni? per questa nostra curiosità non c'è risposta più bella e più semplice,basta rispondere con un verbo presente nella domanda che abbiamo posto,ossia "incontrarsi"; già, è proprio nell'incontro di diverse culture che si apprende quanto si è diversi,ma allo stesso tempo uguali e ed è proprio nella voglia di incontrarsi e di condividere un qualcosa, che queste unioni dimostrano cos'è il rispetto nei confronti di un'altra cultura,la voglia di apprendere nuove nozioni ,di rompere la monotonia e di manifestare il proprio amore, non solo per una persona,ma anche per le sue tradizioni,usi e costumi. Nella maggior parte dei casi tutte le unioni portano alla luce piccoli esseri viventi alquanto capricciosi,ed è osservando che comprendiamo quanto un rapporto tra un uomo e una donna possa dare vita a bimbi in grado di mettere in contatto tutto il mondo. Per quanto riguarda il vincolo sociale, non possiamo non parlare dell'istituzione, che sta alla base della proclamazione di una famiglia ,ovvero il matrimonio, sia in chiesa per un'unione che si prolunga oltre la morte,  sia in un comune per una funzione civile; in entrambi i casi il matrimonio espone i suoi effetti in un barlume di principi da rispettare,affinché una coppia riesca a mantenere sempre vivo quel rapporto con rigore e serenità. La famiglia è, inoltre, il primo luogo in cui i bambini sviluppano le proprie capacità cognitive come il linguaggio,la memoria,l'apprendimento,compromettendo la crescita di un individuo che avrà come primo luogo di interazione il nucleo familiare e, successivamente,dovrà essere in condizione di inserirsi all'interno di una società, ed è proprio per questa motivazione che la famiglia si mostra come il primissimo ambiente di socializzazione. In conclusione ricordiamo anche il concetto di inclusione sociale, necessario  per qualcuno che si sia perso nel processo di continuo mutamento della nostra società e delle altre micro società che stanno alla base di quest'ultima,come la famiglia, in riferimento alle unioni  di uno stesso sesso o di particolari casi a noi conosciuti, è fondamentale sottolineare il momento in cui viene richiesto di riportare le proprie considerazioni. A questo punto fermatevi a riflettere, per comprendere quanto l'amore sia vario e degno di essere rispettato ed incluso nella società di oggi e di domani.

Fallucca Claudia, 4^M

Scienze Umane, opzione economico-sociale

lunedì 12 giugno 2023

IL VALORE DELLA LEGALITA' : "RICORDARE E RACCONTARE"

 

                     
                                                             La classe 4^A al Castello di Carini -05-06 2023


Durante quest'anno scolastico, a partire dal II quadrimestre, quattro classi dell’Istituto hanno intrapreso un nuovo progetto  legalità, difatti ogni anno all'interno delle scuole si discute di un argomento di una certa rilevanza, quali la mafia,  in particolar modo nel corso delle giornate dedicate al ricordo delle stragi.

Recentemente abbiamo affrontato  questo tema con più attenzione tramite il progetto "Ricordare e raccontare". Esso ha avuto inizio con la lettura del libro "Da radio aut a radio, 100 passi" di Danilo Sulis, musicista e pioniere delle radio libere degli anni 70, che ha condiviso l’esperienza di Radio Aut con Peppino Impastato ed è oggi presidente e direttore editoriale di Rete 100 passi. Se pur alla prima scrittura è un personaggio noto, citato in varie pubblicazioni, e intervistato da reti televisive, radiofoniche e testate giornalistiche nazionali.

Un libro prezioso e adatto a tutti, e soprattutto ai ragazzi che hanno ancora ignota la storia di Impastato, e per tutti quelli che vogliono approfondirla attraverso storie, curiosità, foto e aneddoti inediti legati alla radio.

A seguire la lettura del libro vi è stato il tanto atteso incontro con l'autore, per l'appunto Danilo Sulis.

Una grande amicizia di lunga data con Peppino si è avviata  fin dai tempi del liceo per poi svilupparsi nel tempo attraverso le esperienze musicali e di attivismo nella radio. Sono  a partire da queste due fondamenta, la scuola e la musica, che Sulis riuscirà a costruire una forte amicizia anche con Francesco Impastato, cugino di Peppino. È stato emozionante sentire cosa ci fosse dietro la radio e di come non solo Peppino stesse affrontando la mafia, infatti insieme a lui c'erano  molti altri ragazzi pronti a far sentire la loro voce.

Un altro argomento trattato dall'autore è stato quello dell'iniziativa "musica e cultura", le quali venivano viste come mezzi di emancipazione.

Il progetto comprendeva anche la visita, a cui hanno partecipato le terze e le quarte  A ed I, a Cinisi, nella  casa di Peppino,  diventata ormai un museo con il compito di ricordare che la mafia, che non è stata e non è solo una leggenda.

Ci hanno accolto, facendoci accomodare all'ingresso, per raccontarci gentilmente come l' Associazione  “Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato”sia nata per amore di una madre, Felicia Impastato che, dopo il 09 maggio 1978, è vissuta con l'unico obiettivo di continuare la battaglia del figlio ucciso dalla mafia.

I mezzi però non erano la forza o la prepotenza, bensì la consapevolezza, perché ricordiamoci che il silenzio è letale tanto quanto le azioni della mafia. La casa presenta più oggetti appartenuti a Peppino che vanno dalla lista delle cose da fare, al suo diario, dischi, disegni e poesie. Ci  hanno fatto vedere anche da fuori la stanza in cui dormiva, sistemata come se effettivamente ci abitasse ancora, e forse è proprio questo a lasciare ancora adesso un leggero brivido sulla schiena.

Asta Noemi, Guarnotta Cloe, Manzone Mariacarla

Classe 4^ A

Scienze Umane

domenica 4 giugno 2023

“GARANTIRE LA SPERANZA È IL NOSTRO COMPITO”

 


”Despondere spem est munus nostrum’’. Questo è il motto della Polizia Penitenziaria, il quale sintetizza il consistente lavoro degli agenti di polizia. Lavoro, tuttavia, poco tutelato e riconosciuto dal Governo e dalla società stessa. Proprio nei giorni 31 Maggio e 1° giugno si è svolta a Roma la riunione del ‘’Consiglio Nazionale UILPA Polizia Penitenziaria” a cui erano presenti, fra i tanti sindacalisti, i segretari regionali della Confederazione. Preziosi sono stati i loro interventi che hanno portato luce sulle disfunzioni latenti all’interno delle carceri sia per quanto riguarda la sicurezza delle strutture penitenziarie sia per l’incolumità del personale. Il primo a prendere la parola è stato Gioacchino Veneziano, segretario regionale UILPA Sicilia, che si è espresso in merito al riconoscimento del lavoro degliagenti, i quali, se effettuano degli arresti in collaborazione con i Carabinieri, non vengono neppure nominati dalla stampa nel momento in cui viene pubblicata notizia; inoltre ha reclamato la mancanza di personale al Vicecapo di Gabinetto del Ministero di Giustizia Giusi Bartolozzi, in quanto mancano 779 guardie nelle case circondariali. Ma purtroppo, lui stesso, dice, per questa richiesta legittima, è stato considerato un comunista. 

Non finiscono qui le emergenze da affrontare!                                  

Calogero Marullo informa sulla mancanza di protocolli operativi cautelari per le guardie di servizio nelle sezioni psichiatriche. Molti poliziotti, infatti, a causa del sovraffaticamento vanno incontro a gravi patologie e gli ospedali militari non attestano la causa di servizio.                                                    

Sono molto toccanti, in merito a tutto ciò, le parole di Armando Algozzino, dipendente Uil della Pubblica Amministrazione di Catania: “Deve scapparci per forza il morto e mettere la bandiera italiana sulla bara del collega?”.

Algozzino racconta, poi, alcuni accadimenti che si svolgono nelle carceri, come la presenza di un solo agente di sorveglianza notturna in un carcere con più di ottanta detenuti o l’aspetto increscioso di alcune aule dei pubblici ministeri che, dopo un anno dall’essere state incendiate dai detenuti minorenni, non sono state ancora risistemate.

“I colleghi hanno paura di andare a lavorare!” afferma Stefano Caporizzi, segretario generale Uilpa Puglia.

È chiaro che la responsabilità è del Governo, il quale non sfrutta gli investimenti economici a favore delle Unità di Polizia. Alla riunione del sindacato si è affrontato, con grande amarezza, anche questo tema ed è stato evidente lo sconforto dei sindacalisti nel constatare la loro solitudine ignorata. Sono servitori dello Stato, ma da quest’ultimo si sentono presi in giro. Mettono a loro disposizione anche la loro salute per il valore della Giustizia, seppur sono proprio loro a non essere in sicurezza.

Credo fermamente che essere servitori dello Stato equivalga ad essere servitori dell’umanità intera, per il Bene individuale che si tramuta in Bene comune e che, se ci riflettiamo, in verità è un servizio volontario, è una scelta di vita.

 Le tematiche affrontate non sono urgenze recenti ma già esistenti da tanti anni. Proprio nel 1985 l’agente di custodia Raffaele Di Mercurio, uno dei poliziotti coinvolti nell’attentato a Pizzolungo, disse: “Il mio mestiere è quello di garantire protezione agli altri, ma chi protegge me?”. Un’affermazione ancora attualizzabile e applicabile a qualsiasi compito affidato agli agenti di custodia sia all’interno che all’esterno delle carceri.

 Il sindacato, infine, ha ribadito con fermezza che continuerà a lottare per i diritti che spettano alle loro guardie fino a quando questi non verranno raggiunti. È proprio questo il pensiero di Gioacchino Veneziano che ribadisce: “Noi non possiamo mollare!”.

Tartamella Maria Sofia

Classe 4^ A

Scienze Umane

martedì 23 maggio 2023

LA GIUSTIZIA CI RENDE LIBERI





Oggi, 23 maggio 2023, ricorre il XXXI anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita  Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Quello del 23 maggio, oggi Giornata Nazionale della Legalità, fu il primo grande attentato ad opera della mafia contro la giustizia e l'onestà incarnate nella persona del grande magistrato, che noi vogliamo ricordare con la pubblicazione di un articolo che ha concorso al premio giornalistico  " Santo della Volpe", bandito ogni anno dal comune di Erice per ricordare la strage di Pizzolungo del 1985 :

Un giorno un bambino, alla vista della scritta “Mafia” su una stele mi chiese: << Che cosa è questa mafia?>>. E io risposi che la domanda fattami era formulata male. Piuttosto avrei chiesto dove non è questa Mafia, che esiste ancora, seppur costantemente velata, eppure così vicina e senza scrupolo alcuno! Coloro che ne fanno parte sono esseri dall’animo malato e dallo sguardo imperturbabile alla vista dello sfacelo dei corpi che hanno deciso di spazzare via. Si sentono Dio sceso in terra ma, a parer mio, sono solo “ominicchi”. Uomini, se così si possono chiamare, che adoperano il proprio intelletto solo per procurarsi il tritolo o i kalashnikov e decidono a tavolino quale sassolino di turno levarsi dalle scarpe. I coraggiosi sono i frammenti importuni di cui sbarazzarsi! Spesso ci siamo ritrovati, infatti, a raccogliere i resti della nostra terra perpetuamente sbranata dalle bestie.

Solo che alle volte questa nostra casa sembra terra di nessuno…                                                                             Ogni volta che mi volto davanti all’evidente corruzione ho fatto sentire quei cosiddetti uomini d’onore più forti e in grado di far tutto con assoluta libertà. Anziché sprecare il tempo con le lamentele, perché non la cerchiamo la liberazione dalla fumaggine, che non si trova fuori, ma dentro di noi e che propaghiamo con uno sterile lamento?

“Ma la Libertà è impossibile da raggiungere” diremo.  Purtroppo crediamo che la libertà sia irraggiungibile, poiché mai potremo fare ciò che desideriamo per noi stessi. Spesso dimentichiamo cosa è nato da questo desiderio di liberazione: il nostro Libro, la Costituzione. E dico “il nostro” perché qualsiasi principio vi sia scolpito all’interno, può essere sintetizzato in una parola, Giustizia! E Giustizia equivale a Libertà!  Ed è proprio l’articolo 3 che ci parla di Giustizia, di uguaglianza e di pari dignità. Essa non nasce come espressione dell’individualismo, ma come sentimento che unisce gli esseri umani per garantire loro  la pace.

Eppure oggi non tutti la pensano così!                           

Allora i magistrati o i giornalisti hanno combattuto per un miraggio allucinatorio? Eppure poi li chiamiamo eroi…

Viviamo continuamente nell’incoerenza.  Diamo il lascia passare agli ideali di pace che volano via nel vento, che non raggiungiamo mai poiché la distanza da terra non vale la pena lo sforzo, per quanto ci potrebbero donare un’esistenza degna di questo nome. Più sorvolano il cielo più si disgregano silenziosamente ad ogni scoppio di bomba o sparo.

E, nella nostra terra, ad ogni accordo tra mafiosi e politici, viene decisa una sentenza di morte; è così che dalle loro mani vediamo colare sangue e lacrime delle vittime volute da “menti raffinatissime”. E uso il termine “vittima” di proposito, perché ne abbiamo un concetto sbagliato. Se mi dicessero il numero esatto di persone uccise dalla Mafia, sarei pronta a dire che hanno sbagliato il conto. Perché vittima non è solo chi muore ma anche chi resta. A questo punto mi verrebbe da pensare: “Ma cosa gli resta?”. Non solo i giudici, ma anche le scorte, non solo le scorte, ma anche le famiglie, a qualsiasi distanza e a qualsiasi età fossero al momento degli attentati. Proprio per questo le scuole hanno l’importante compito di narrare le loro storie, in modo da dimostrare a quale punto si possa giungere pur di ottenere potere, grandezza, ricchezza. Voglio credere, inoltre, in un grande antidoto come cura per i deserti che si annidano dentro le coscienze: la protesta attraverso la parola, che si fa strada nei fogli delle vere menti nobili come quelle di alcuni giornalisti. 

I giornalisti, quelli veri, sono coloro che scrivono per gli altri e per la nascita di quel trasporto portante al mondo a cui aspiriamo. Non si scrive per fama, ma per il desiderio di fare germogliare sentimenti che portino alla nascita degli ideali, di cui mai saremo promotori se non risiedono prima nel cuore che nella mente. La scrittura è uno dei modi più profondi per ricercare il nostro minimo riscatto. Sarà lì che scopriremo di avere il diritto ad una Dignità che parte dalle teste indipendenti e rivoluzionarie di ognuno, crani che non si lasciano torchiare da una mano invisibile dal nome Mafia.  Fino a quando deciderò di camminare a vuoto con gli occhi rassegnati e rivolti verso il basso non potrò mai aspirare al cambiamento. La mia Libertà non è un miraggio che mi acceca, ma luce che mi illumina.                                                                                                

Voglio vivere per la ricerca della pace della quale tutti possiamo essere destinatari. Se anche uno solo su mille vorrà liberarsi dalle catene dell’indifferenza, potremo vedere nell’oblio le scintille della speranza e desiderare quella Libertà che non ha più alcun prezzo da pagare! Così che tutti possiamo vestirci del coraggio che ognuno è chiamato ad indossare.

Tartamella Maria Sofia, 4^ A

Scienze Umane

sabato 20 maggio 2023

15 maggio : L'OVERSHOOT DAY

 



 L'Overshoot Day(ovvero il giorno del superamento) viene calcolato ogni anno dal Global Footprint Network, per misurare l'impronta ecologica di ogni Paese sulla Terra.

Il 15 maggio 2022 l’Italia finisce le risorse naturali a disposizione per  un anno, in solo 134 giorni. Dopo esattamente un anno il 15 maggio 2023 l'Italia ha esaurito nuovamente le risorse che la Terra è in grado di rigenerare in un anno, quindi possiamo ufficialmente definirci in debito con il nostro pianeta. Infatti, secondo il Global Footprint Network l’umanità sta usando la natura 1,75 volte più velocemente rispetto alla capacità del Pianeta di rigenerarsi. Si stima che per far spostare l’Overshoot day di 32 giorni basterebbe ridurre gli sprechi alimentari e adottare sistemi produttivi più rispettosi per gli ecosistemi. l’Overshoot Day è l’occasione per tutti gli italiani di modificare le proprie abitudini e scelte di vita, in modo da risanare il debito nei confronti del nostro pianeta.    

 

Auguro un felice Overshoot Day a tutti, nella speranza di non festeggiarlo ancora il prossimo anno.

 

Nicole Di Martino 2^I 

Liceo delle Scienze Umane 

opzione economico-sociale

 

sabato 6 maggio 2023

UN VIAGGIO NEL PASSATO

 



Tra le attività che la nostra classe ha svolto durante il 2^ quadrimestre è sicuramente da menzionare la visita all’Archivio Storico Diocesano e al  Museo San Rocco situati nel centro storico di Trapani. La nostra prima tappa è stata l’Archivio Storico che ha come sede il Palazzo Lombardo. Il Palazzo Lombardo venne acquistato all’elezione della Diocesi, nel 1859, per divenire sede del Seminario, prima ospitato nei locali del Convento di S. Francesco d'Assisi sino al 1961. L’attuale sede è collocata, in parte, nel grande salone della ex biblioteca del Seminario. Il patrimonio custodito dall'Archivio Storico Diocesano costituisce una raccolta documentaria tra le più importanti per la ricostruzione della storia locale, non solo ecclesiastica ma anche civile.

Nonostante la nostra Diocesi sia piuttosto "giovane", appena 170 anni, il nucleo documentario che l’archivio possiede è molto più antico.Esistono due grandi fondi documentari facenti capo sostanzialmente a due diversi enti produttori : la Curia vescovile di Mazara (sino al 1844) e la Curia vescovile di Trapani (dal 1844 in poi) con le loro rispettive articolazioni.

Tra le serie più complete in cui si articola il patrimonio documentario custodito presso l'Archivio Storico Diocesano vi sono le serie "Pratiche matrimoniali e stati liberi" e "Dispense matrimoniali" che abbracciano un arco temporale che va dagli inizi del XVI secolo sino al 1970. Un nucleo di documentazione fondamentale per le ricerche genealogiche che si possono effettuare personalmente in sede o demandando al personale dell'archivio.

La nostra seconda tappa è stata il Museo San Rocco, situato vicino alla chiesa degli artisti S. Alberto degli Abati e al Seminario vescovile a Casa Santa. Il museo ha dei grandi spazi espositivi, distribuiti in 3 piani e in ogni piano si possono ammirare decine di opere contemporanee, tra cui sculture, dipinti, e fotografie, che si fondono al sacro. Ogni opera racconta una parte delle emozioni umane che l'artista ha voluto trasmettere. Jamo Sicura, ad esempio, attraverso degli schizzi intrecciati, trasmette una sensazione di frattura emotiva. Allo stesso tempo nel museo, ci si può imbattere in ampi spazi dedicati a varie attività di formazione. La storia dell'edificio inizia nel 1574 quando, durante la peste, una famiglia decide di donare ai francescani, la propria chiesa in aiuto agli ammalati. Nel 1866 ne venne sottratta la proprietà alla chiesa. Negli anni successivi venne trasformata in ufficio postale, ufficio di Igiene, uffici comunali e divenne sede di alcuni istituti scolastici trapanesi. Nel 1960 fu consegnata alla diocesi di Trapani, che la tenne chiusa fino al 2012, anno in cui venne destinata a diventare la sede principale del Museo San Rocco. Adesso è un luogo d'incontro per l'arte, la cultura, il culto religioso, uno spazio qualificato per mostre, per presentazioni di libri, ma soprattutto una chiesa per accogliere i giovani.

In merito a queste visite, che ci hanno condotto nella nostra storia e fatto vivere emozioni attraverso l’arte, pensiamo che guardare al nostro passato, se valorizzato, può dare un valore aggiunto al nostro futuro.

  Denis Flores  e Giulia Zinna 

Classe 2^ I

Liceo delle Scienze Umane opzione economico sociale

 


venerdì 21 aprile 2023

INCONTRO CON L'AUTORE : MARIZA D'ANNA SI RACCONTA A NOI STUDENTI

 



Nei scorsi giorni, presso l'aula magna del nostro istituto, si è svolto il tanto atteso incontro con la giornalista e scrittrice  Mariza d'Anna, autrice di  tre libri ,tra cui uno, "Il Ricordo che se ne ha", oggetto principale dei nostri interessi, in quanto letto durante le ore scolastiche con la docente di italiano. Il titolo, come ci ha spiegato l'autrice, è stato ispirato da una citazione di Charles Wright :

 " Niente è  bello come il ricordo che se ne ha..." 

Il libro racconta la storia, in parte romanzata, della sua famiglia approdata nella Libia italiana nei primi decenni del Novecento. Ai margini del deserto, a cento chilometri da Tripoli, nel 1928 il bisnonno ottiene in concessione dallo Stato un vastissimo fondo caratterizzato da pietra e lo trasforma in una grande attività agricola, Biar Miggi. Ma è il nonno Carlo la figura centrale del libro, descritto dai suoi venti anni attraverso un percorso che lo vede prendere le redini dell'azienda e portarla alla massima produttività, fino al 1 settembre 1969 quando, con un colpo di Stato, il colonnello Gheddafi caccia via dal Paese i ventimila italiani che vi risiedevano, trasformandoli in esuli in una patria che non è più loro, dove non potranno più tornare e riconoscersi. Nel libro viene evocato un ricordo personale, frutto di racconti vissuti e tramandati in famiglia, che è patrimonio comune di tanti italiani; la storia di una vita trascorsa in Libia dove la convivenza tra popoli di culture, religioni e costumi diversi non solo fu possibile, ma ricca di affetti e di solidarietà comuni, storia che abbiamo avuto il piacere  di ascoltare dalla voce della stessa autrice.

Un racconto commovente di una  donna, all'epoca una bambina di otto anni, impossibilitata a tornare nella sua patria tutt'oggi.

D'Anna però non ci ha intrattenuti esclusivamente con il racconto e le curiosità della sua singolare vicenda, ma anche di come tramite essa, coraggiosamente sia riuscita ad andare avanti, studiando al nord per diventare giornalista e tornando a Trapani, forse anche a causa di una grande nostalgia, per proseguire la carriera intrapresa,  motivo per cui, durante lo svolgimento dell'incontro, si è soffermata minuziosamente sulla differenza nella diffusione di informazioni di un tempo rispetto ad ora e sul riconoscimento delle tanto note "fake news".

Ma uno dei momenti più piacevoli è stato indubbiamente il contatto diretto con gli studenti curiosi presenti, da cui sono state porte delle domande a cui ha gentilmente ed esaustivamente risposto.

A sorprenderci è stato anche un annuncio di una sua futura pubblicazione di un libro totalmente disconnesso e differente da quelli prodotti in precedenza, infatti Mariza d'Anna ci narrerà della storia di un'amicizia tra delle ragazze di oggi, però  in dinamiche differenti che metteranno un po' di pepe alla storia.

L'autrice si è dimostrata disponibile  di poter tramandare in maniera così diretta la sua storia e le sue esperienze motivando i ragazzi a non farsi sconfiggere dagli ostacoli o dalle ingiustizie che potrebbero sorgere durante il lungo e sicuramente difficile percorso della vita, ma di combattere contro esse e di non averne paura, per raggiungere gli obiettivi auspicati. 

Infine, prima di salutarci e ritornare alla solita routine scolastica, abbiamo assistito alla visione di un video, rappresentante  alcune scene recitate durante l’omonimo spettacolo teatrale all'Ariston, ispirato proprio al ”Il ricordo che se ne ha”e al secondo romanzo "La casa di Shara Band Ong" cui noi stessi nel precedente anno scolastico abbiamo partecipato.

Noemi Asta e Cloe Guarnotta

Classe 4^A

Liceo delle Scienze Umane

giovedì 6 aprile 2023

UN INASPETTATO PREMIO PER " C'ERA UNA VOLTA..."

 


5/04/2023: Eccoci qui a Pescara quasi per caso e in modo inaspettato. Da soli  cinque giorni, infatti, abbiamo saputo che la nostra classe è  stata selezionata dalla “Fondazione Pescarabruzzo” per aver aderito  al premio di scrittura creativa da “Esopo e Gutenberg a Zuckerberg. Percorsi non convenzionali per scrittori fuori classe", III edizione 2021/2022 .

Quando la nostra professoressa di italiano, Lombardo Rossella, ci ha proposto quel compito sulle fiabe eravamo nel pieno del covid, che rimarrà sicuramente qualcosa di indelebile nella nostra memoria. È stato un brutto periodo che, però, ci ha fatto crescere e ci ha fatto capire quanto non siano scontate cose come la libertà di fare ciò che vogliamo o semplicemente quanto sia bello essere ragazzi. Nelle fiabe che sono state selezionate sono tante le tematiche affrontate quante le emozioni che abbiamo messo nel farle. Ci piace credere che in quelle poche righe in qualche modo siamo riusciti a dare voce a quei disagi nel miglior modo possibile. La nostra raccolta “C’era una volta”effettivamente non sono delle favole che esprimono apertamente una morale, ma sono delle fiabe da cui bisogna cogliere un insegnamento al fine di poter imparare, ma sopratutto crescere. E noi oggi ci sentiamo “cresciute”, più consapevoli, più donne.

Non ci aspettavamo di certo di essere chiamate dopo un anno dalla scadenza del concorso ! Ma la cosa importante è oggi esserci e sentire l’ emozione crescere in noi e che esploderà nel momento in cui saremo chiamate sul palco.

Insieme a noi sono state premiate anche le classi e gli studenti delle scuole vincitrici :dalla Primaria alla Scuola Secondaria di Secondo Grado per le due sezioni in gara:

Sezione A - Racconti per l’infanzia e l’adolescenza
Sezione B - Favole e filastrocche per l’infanzia
E ci inorgoglisce il fatto che , per la sezione B, le quattro scuole premiate sono siciliane.

E’ andata…e quando è giunto il nostro momento e l’emozione ci ha sopraffatto  siamo riuscite comunque  a rimanere lucide e a dare un senso ai suoni che uscivano dalla nostra bocca : ci siamo sentite GRANDI e veramente partecipi della vita che scorre negli infiniti “fiumi” dell’umanità.

Vanessa Bevilacqua,

Erika Acabbo

Sonia Vultaggio

Liceo della Scienze Umane, opzione economico-sociale, classe 4^I

sabato 1 aprile 2023

IO : UN CUBO DALLE VARIE FACCE, QUASI UN " REBUS"

 





Gentile professoressa,

È una dei suoi vecchi alunni che le scrive, una di quelli appartenenti alla fascia dei “bravi studenti”, sempre studiosi ed educati, dai quali non resta che prendere esempio.

Eppure, è bene che lei sappia che spesso persino i “bravi studenti”, così come i “cattivi”, nutrono dentro di sé una voglia immensa di cambiare, opporsi e scindersi definitivamente dal “buon personaggio” di turno, apprezzato solo perché concepito tramite le “lenti” modellate dallo sguardo sociale.

E chi, meglio di un professore, dovrebbe essere in grado di promuovere, oltre alla trasmissione delle conoscenze per un adeguato apprendimento, gli strumenti più adatti per stare bene con se stessi ed evitare che subentrino sentimenti di questo tipo?

Chi, se non il soggetto che funge da “modello” per i suoi studenti, con cui si relaziona quotidianamente, dovrebbe saper capire se qualcosa, nell’“alunna attiva, ma ragazza passiva”, smette di scorrere; se, piuttosto che con una normale e ambiziosa adolescente, gli sembra di parlare con uno specchio vuoto o un robot assente.

Un insegnante, dal latino insignare, è colui che incide, imprime dei segni; e di fatto, se sto impiegando il mio tempo per scriverle questa lettera, devo dire che lei è riuscita a pieno in tal senso. Tuttavia, si tratta di segni spezzettati, irregolari, tratteggiati, talmente superflui e impercettibili che ho impiegato del tempo per accorgermi della loro effettiva presenza.

Sono segni ormai provvisori, che con il tempo si affievoliscono, ma, soprattutto, che non sono affatto positivi, e che inevitabilmente faranno sempre parte di me.

In questo lungo periodo di passaggio da un insegnante all’altro, ho avuto modo di essere interpretata secondo varie prospettive: un cubo che non sarebbe più lo stesso senza le varie facce ad esso attribuite.

Le facce più o meno si richiamano con una certa frequenza: una ragazza capace e intelligente, sebbene un po’  “ambigua”, chiusa, la silenziosa di turno, difficile da conoscere realmente, un “rebus”.  Insomma: quasi un'alunna modello!  “Quasi”, appunto.

Infatti, nonostante tutto, si tratta di una ragazza che senza dubbio potrebbe fare ancora di meglio, che forse non si è preoccupata di dare il massimo, il quale, tra l’altro, sembra non essere mai abbastanza.

Ma adesso, cara professoressa, è arrivato il momento di svelarle il reale motivo di questa mia improvvisa comparsa.

Di recente mi sono imbattuta in un articolo molto interessante che ha rapidamente ricondotto il mio pensiero a lei. Si tratta di un articolo che sottrae fiducia al sistema scolastico medio, il quale, nonostante abbia senz'altro subìto un miglioramento nel corso dei secoli, non ha mai del tutto estirpato le proprie cattive radici.

Agli alunni, infatti, si sa, vengono insegnate aree specifiche della matematica, imparano a condurre esperimenti scientifici, ad apprezzare le arti, a conoscere molteplici lingue, guerre e rivoluzioni avvenute tanti secoli fa, stimolanti poesie e tanti autori la cui conoscenza è imprescindibile in ogni tempo.

Tuttavia, sebbene si tratti di saperi incredibilmente necessari, non c'è alcuna garanzia che essi siano sempre tutti rilevanti per ogni studente.

Infatti, si è di fronte ad una scuola che punta a raggiungere l’obiettivo finale senza curarsi, però, del percorso di ogni singolo alunno, diverso per ciascuno, così come diversi sono i loro tempi, interessi, opportunità, capacità, punti di forza e debolezze.

“Indottrinarli” in un falso senso di sicurezza secondo cui i loro meriti accademici siano tutto ciò su cui dovrebbero concentrarsi a scuola, è potenzialmente dannoso.

 

Malgrado ciò, professoressa, io non la biasimo del tutto: siamo in una scuola che altro non è che il riflesso di una società poco attenta, che spazia dal minimizzare all’ ingigantire un singolo problema, senza vie di mezzo; una società assurdamente competitiva dove se non corrispondi ad un canone ben preciso allora sarai bollato come "sbagliato"; una società senza freni, perennemente insoddisfatta, che richiede sempre di più (basti pensare al gusto capitalistico e consumistico della nostra epoca); una società in cui l'attenzione della gente è rivolta esclusivamente a tutto ciò che attira l'occhio, ciò che appare visibile, senza curarsi del fatto che spesso le cose che pesano di più sono proprio quelle che non si vedono.

Professoressa, si è mai chiesta cosa si intenda veramente con l’espressione “salute mentale”? Dubito che possa ammettere di averlo fatto, dunque sarò più diretta: si è mai curata di riflettere sul motivo per cui ci si vergogna a parlare di salute mentale?

Perché la gente spesso sminuisce e nasconde ciò che è evidente per paura di essere segretamente “matta” , e giudicata conseguentemente dagli altri come tale, senza sapere neppure cosa significhi?

Basti far riferimento alla categoria di gente che considera gli psicologi "strizzacervelli", o che spesso si rifiuta di comprendere e considerare i danni psicologici altrui perché tanto quel povero ragazzo o “sarà solo un po' stressato", o "sarà solo un po' di malumore", mentre magari in realtà starà covando dentro un male più profondo.

Il risultato di tutto ciò inevitabilmente si riscontra più o meno in tutti gli ambienti lavorativi e gradi scolastici, fino ad arrivare, ad esempio, alle tragedie universitarie di cui si sente parlare ormai all’ordine del giorno.

I giovani, infatti, pressati dai valori sociali basati sull’estremo perfezionismo e sulla tendenza a voler primeggiare sempre sia a scuola che al lavoro, non si sentono all’altezza degli standard loro richiesti e preferiscono spesso “rinchiudersi” o, nel peggiore dei casi, togliersi la vita, per evitare di affrontare una realtà quotidiana che avvertono come opprimente.

Tuttavia non è mia intenzione concludere questa lettera senza prima dare spazio ad un piccolo spiraglio di luce: la speranza.

Conservo la speranza in una scuola che possa prendere atto di quanto affermato e che mostri interesse a mobilitarsi in tal senso.

 È importante, infatti, che tutti  gli allievi, i futuri cittadini, vengano resi pienamente consapevoli delle priorità alle quali prestare attenzione, come la propria salute e, al contempo, della sofferenza ultima a cui spesso, e inevitabilmente, la vita ci sottopone ; in sostanza, essi devono essere pronti a coltivare la  resilienza nell'incertezza e la compostezza nel caos di un mondo così complesso.

È opportuno insegnare loro a lottare contro l'assenza di obiettivi, in quanto equivarrebbe ad attraversare la vita senza una direzione.

Ma, soprattutto, è fondamentale trasmettere loro la consapevolezza che non esiste vergogna quando si è liberi di esprimersi ed agire per quello che si è, e per quello che si può.

La vulnerabilità, i nostri rapporti con gli altri, le nostre difficoltà, i nostri sentimenti, le emozioni, il modo in cui gestiamo il nostro dolore e la volontà di offrire seconde possibilità: alla fine, parlare di salute mentale vuol dire parlare di tutto quello che ci rende umani.

Tuttavia, professoressa, sappiamo entrambe molto bene che per azionare il meccanismo del cambiamento non è sufficiente la fiducia e l’impegno di una sola persona.

 Pertanto, chiudendo un occhio sul passato e porgendole la mano, inizio col chiedere a lei: Sarebbe disposta a dare speranza ai suoi nuovi alunni, concedendo loro una seconda possibilità?


Letizia Catalano, 5^ O

Scienze Umane

CARA PROFESSORESSA




  

Cara professoressa,

Sono sicuro che si ricordi di me perché lei certamente ricorderà ogni singolo alunno a cui ha avuto il piacere di insegnare, come metterlo in dubbio! Lei certamente ricorda ogni faccia, ogni voce, ogni tema e ogni personalità, ogni discorso, ogni pianto e anche ogni rimprovero. Eppure non ne incontra nessuno per strada, nessuno l’ha mai salutata in giro, ringraziata, o scritto, su questi nuovi social, nuovi per lei intendo. Nessuno le ha mai dimostrato la sua gratitudine dopo quello stressante esame di terza media. Ma lei di certo non si fa troppe domande. Perché dovrebbe? Eppure fa sempre bene farsi due conti per capire cosa non va.

Sono comunque sicuro che, malgrado l'ingratitudine dei suoi vecchi studenti, lei si ricorderà di tutti loro, e in particolare di me. Eppure io le sue lezioni non le ricordo minimamente. Non ricordo un solo argomento spiegato da lei, e nemmeno un interrogazione a essere sincero. Al massimo ricordo di aver fatto qualche compito in classe della sua materia. A dir la verità, se dovessi basare il mio ricordo su quello che lei era in classe, e non su quello che era scritto nel mio diario scolastico, nemmeno saprei che materia insegnasse. E mi spiace, ma la mia dimenticanza non deriva da una qualche sua incredibile abilità di collegare e intrecciare tra di loro più discipline, certo che no, ma deriva dalla mia totale assenza durante le sue lezioni. Fisicamente ero presente, ma avevo la testa tra le nuvole. Può pensare dunque che la colpa della mia svista sia allora esclusivamente mia, certo, ma non è forse il compito di un insegnante quello di preoccuparsi che tutti gli studenti partecipino alla lezione? Oppure, come lei erroneamente sostiene, un professore dovrebbe limitarsi a conoscere solo la materia da lui insegnata? È paradossale pensare alla figura dell'insegnante, del pedagogo, senza coniugarlo alla pedagogia stessa. Forse lei, professoressa, nemmeno sa cosa sia la pedagogia. Eppure insegna, solo perché sa ciò di cui parla, anche se non sa come trasmetterlo. Io ricordo che lei rimproverava i più vivaci, quelli che giocavano sempre, e non stavano zitti; mio fratello ad esempio era una delle sue attrazioni preferite, ecco forse quelle urla lanciate sono l’unico ricordo che ho delle sue lezioni, poi per il resto nulla, potrebbe anche aver detto le peggiori parolacce o narrato le più avvincenti storie, e io non ne ho idea.

Ricordo come rimproverava i più fastidiosi e rumorosi, mentre noi diligenti e bravi passivelli eravamo apprezzati, anzi di più, venivamo elogiati per la nostra passività. Non pensi dunque che il problema sia solo lei, ma un po’ quel sistema, che avendo a che fare con bambini un po’ troppo cresciutelli, doveva preoccuparsi prima di mantenerli calmi e poi, possibilmente,  di fargli imparare qualcosa. Si, voi escludevate a prescindere la possibilità di coniugare attività ed educazione, azione e apprendimento, dialogo e lezione. Voi, e lei in particolare, pensavate che l’unico modo per apprendere era sentire, e davate per assodato che col silenzio si sentisse. Be’, io credo, anzi sono certo, che avrei paradossalmente sentito di più con uno stimolante baccano piuttosto che con quel morto silenzio. Non era nemmeno un silenzio placido, tranquillo e rilassante, ma era un silenzio forzato, rotto dalla sua disinteressata e minacciosa voce che recitava un monologo, rivolto probabilmente a se stessa, o al registro, ma sicuramente non a me. Certo che nessuno imparava niente:quello non era un ambiente di apprendimento, era un carcere in cui eravamo costretti a stare zitti e eventualmente ascoltare ciò che ci proponevate.

Ma basta parlare delle monotone lezioni, sterili e inefficaci, ormai infatti sta diventando una critica troppo comune alla scuola italiana. Preferirei difatti calarmi ancora di più nel personale, professoressa, ammettendo che lei si ricordi ancora di me, il “Cipollina tranquillo”. Infatti si ricorderà, professoressa, che noi Cipollina, oltre a essere due fratelli tanto diversi caratterialmente, eravamo accomunati da una disperata ed estremamente tragica malattia incurabile: la Dislessia. Sì, perché così lei e qualche altro suo collega la vedevate la mia lieve disgrafia, e la discalculia di mio fratello: come una tremenda condizione di infermità, di disabilità, che ovviamente ostacolava i miei tentativi di apprendimento. Proprio sulla base di questa vostra abissale ignoranza sui d.s.a -perché non era altro che questo: pura ignoranza- avete così compromesso drasticamente il processo di apprendimento mio e di mio fratello. Infatti vedevate in noi dei disabili non troppo disabili, che necessitano di un aiuto, certo, ma non poi di così tanta attenzione. Effettivamente era pure vero, ci serviva solo un piccolo aiuto, ma quello che lei ci ha fornito, poteva essere tutto, ma non di certo aiuto. Per la sua ignoranza infatti, ha accomunato tutti i disturbi specifici dell’apprendimento in una sola condizione unitaria di difficoltà. Proprio per tale ragione ci avete dato un sussidio imbarazzantemente inutile per la nostra condizione, ovvero libri ridicolmente semplificati e interrogazioni programmate, e ciò, invece di stimolarmi e incentivarmi a studiare, mi ha solo allontanato dallo studio stesso. Ricordo infatti con una certa nostalgia quei pomeriggi passati a non far niente, perché tanto ripetevo qualcosina, male, e visto che ero “malato” prendevo un immeritato 6. Avete preso le peggiori precauzioni per farmi studiare: libri più semplici, corsi di recupero, compiti in classe semplificati, ma niente, nulla sembrava aiutarmi. E pensare che bastava semplicemente dirmi di studiare! Pensandoci oggi mi sembra pure ovvio che lei non pensava minimamente che il problema derivasse da una mancanza di impegno, ma dalle mie difficoltà, infatti io e lei non avevamo mai avuto nessun dialogo, se non quei pietosi interrogatori. Mi sembra dunque normale che le uniche informazioni che avesse su di me fossero quelle presenti all’interno del mio fascicolo, che ovviamente non conteneva la mia mancanza di studio, ma solo il mio  disturbo specifico dell’apprendimento. In questo caso il problema non era solo mio, ma dell’intera classe, infatti lei non aveva un minimo dialogo con i propri alunni. Non voglio cadere nella banalità, ma per lei eravamo effettivamente solo numeri, solo voti. Se lo ricorda quando si è arrabbiata perché il povero Francesco non ha potuto studiare perché aveva perso un nonno? Ammirabile la sua insensibilità di fronte un ragazzino di 13 anni in lutto. Entrati in quell’ambiente sterile infatti, sia voi, che noi, perdevamo la nostra umanità, per diventare voti, e materie.

Lei sembra pertanto aver sbagliato tutto con me, e con quegli altri poveretti dei miei compagni di classe. Fin da sempre si è dimostrata inadeguata a trattare e interagire con una classe di ragazzini dagli 11 ai 14 anni, ad affrontare alunni con disabilità, disturbi o semplici dislessie, lei infatti è l’emblema dell’insegnante retrogrado, incapace di trattare le nuove esigenze della scuola e privo di conoscenze pedagogiche. Potrà essere dunque la più preparata nella sua disciplina, ma ciò non fa di lei una buona insegnante, se non è in grado di trasmettere in maniera efficace ciò che sa.

La sua inadeguatezza però non era solo nella fase della trasmissione delle conoscenze del processo di apprendimento, ma anche nella correzione dell’errore. Infatti lei, non considerava l’errore come mezzo di apprendimento,  ma come un fallimento, semplicemente da non ripetere. Credo infatti che se qualcuno avesse osato correggere i miei errori, farmi capire cosa sbagliavo, come rimediare, e come comportarmi, forse avrei appreso qualcosa. Invece no, tutti così presi dalla mia tragica infermità che nemmeno osavate correggermi gli errori, favorendo così il loro ripetersi. E pensare che, se qualcuno di voi avesse compreso che i miei bassi risultati non dipendevano dalla mia disgrafia, ma solo dalla mia negligenza, io avrei ottenuto prestazioni decisamente migliori. Fortunatamente professoressa, uscendo da quella comodissima scuola (per me), ho capito che i miei risultati dipendevano effettivamente da me, perché Io sono membro attivo della mia istruzione, e non passivo.  

Antonino Cipollina, 5^ O
Scienze Umane

venerdì 31 marzo 2023

IL MIO VIAGGIO AD AUSCHWITZ

 



Auschwitz è il nome tristemente famoso perché ricorda il campo di concentramento nazista in cui sono morte milioni di persone: prigionieri politici , asociali , omosessuali, comunisti, zingari e disabili.

Ho avuto la possibilità di visitarlo ed è stata un’esperienza che porterò sempre nel cuore.

Camminando per Auschwitz c’erano molti blocchi di mattoni dove una volta c’erano uffici amministrativi, oppure delle stanze dove avvenivano smistamenti ed esperimenti su bambini, soprattutto gemelli e su uomini.

Ho visitato tanti padiglioni : capanne in cui c’erano anche esposti due tonnellate di capelli , 64 mila valigie, scarpe ,miliardi di occhiali ,pettini, vestiti ,protesi.

Alla fine di queste capanne c’era un muro chiamato “muro della morte,” luogo in cui venivano uccise le persone con un colpo di pistola alla nuca.

Il tempo era brutto. Ricordo il freddo gelido che penetrava nelle ossa , pioveva , e, a volte, arrivavano anche folate ondate di vento gelido che facevano tremare i denti.

Durante questo cammino l’unica persona a parlare era la guida; poi nessuna persona faceva domande , semplicemente seguivamo la guida infreddoliti pensando al fatto che noi eravamo congelati con giacconi , guanti e scarponi ma , invece loro, i deportati erano con un’unica uniforme leggera a righe. Che tristezza!


Ricordo l’entrata di quella che dal vivo sembra una grande bocca che inghiotte profondamente e non lascia scampo, a nessuno. Una bocca dalla quale erano certi di entrare da una porta e probabilmente di uscirne se non da quei camini. Prima di andare a fare le docce raccomandavano di ricordarsi il numero dove attaccavano i vestiti, ma erano presi in giro .

La camera a gas e il forno crematorio mi hanno inorridito. 

Arriviamo dopo in quello che chiamano Campo di sterminio di Birkenau (Auschwitz II )

Ricordo tante cose : quelle che non posso dimenticare sono le baracche di legno , alcune delle quali  purtroppo sono state bruciate dai nazisti per cancellare ogni traccia dell’orrore che commettevano per paura di essere scoperti,  le camere a gas con i segni e graffi e l’odore acre. 

Un carrello di legno per trasportare le ceneri umane è ancora lì.

Dopo un po’ di metri mi apparvero di nuovo quei binari e quel vagone nel quale non si poteva salire perché anche se erano fuori dal museo e non avevano alcuna copertura che li proteggesse quelli erano pezzi di storia e potevano essere solo fotografati. Il terriccio che calpestavo era sacro.

Alla fine di questa esperienza abbiamo deciso che ognuno di noi avrebbe ricordato un deportato accendendo una candela e pronunciando a voce alta il suo   nome.

Quelli erano campi di annientamento della persona senza nome, senza affetti, senza speranza. Solo un grande senso di vuoto e tristezza, quello rimasto nel mio cuore.

Maria Pia Cipro, 1^ I

Scienze Umane opzione economico sociale