
Morire di lavoro: la Repubblica tradisce se stessa
L’articolo 1 della Costituzione della
Repubblica Italiana recita: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul
lavoro». Questa non è soltanto una dichiarazione simbolica, ma è una promessa
solenne. Il lavoro, secondo i padri e le madri costituenti, non è semplicemente
uno strumento di sostentamento: è il fondamento della dignità della persona, il
mezzo attraverso cui ogni cittadino partecipa alla vita della comunità. Eppure
la cronaca fa emergere qualcosa che non si può ignorare, ossia che in Italia si
muore per lavoro. Il giornalista Santo Della Volpe, per molti anni volto
autorevole del servizio pubblico della RAI, ha dedicato la sua carriera a
raccontare proprio queste storie. Nei suoi servizi non c’era soltanto la
cronaca dei fatti, ma il rispetto profondo per le persone. Della Volpe ha
incontrato i familiari delle vittime della mafia, ma anche le famiglie di
lavoratori morti nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi. Dietro ogni numero
c’è un nome, una storia, una vita spezzata. Il suo lavoro ci ricorda che la
memoria non è un esercizio retorico, ma un dovere civile. Perché ogni morte sul
lavoro non rappresenta soltanto una tragedia privata: è una ferita che riguarda
l’intera società. Questa contraddizione appare evidente anche nel territorio
della provincia di Trapani, una realtà ricca di risorse ma segnata da difficoltà
economiche e occupazionali e da norme e sistemi di sicurezza spesso elusi o non
applicati. Il lavoro si concentra soprattutto in alcuni settori tradizionali:
l’agricoltura, la pesca, l’edilizia, il turismo e i servizi. Sono attività che
rappresentano il cuore dell’economia locale, ma che spesso convivono con
problemi strutturali: stagionalità, precarietà, salari bassi e, talvolta,
condizioni di sicurezza insufficienti. Nelle campagne il lavoro agricolo resta
duro e faticoso ed è facile trovare braccianti che lavorano per ore e ore sotto
il sole, spesso con contratti precari o irregolari e senza alcun dispositivo di
sicurezza. Inoltre la mancanza di controlli adeguati e il ricorso al lavoro sommerso
possono trasformare tale attività, che è essenziale, in una situazione ad alto
rischio. Anche nel settore edilizio le criticità non mancano. I cantieri, che
dovrebbero essere luoghi di costruzione e progresso, talvolta diventano luoghi
di pericolo quando la sicurezza viene considerata un costo e non una priorità.
Caschi, imbracature, protezioni: strumenti che dovrebbero essere la normalità,
ma che in alcuni casi mancano o vengono utilizzati con superficialità. Le
conseguenze sono drammatiche. Pertanto quando un lavoratore perde la vita
mentre svolge il proprio mestiere, non si tratta soltanto di una fatalità.
Spesso dietro queste tragedie si nascondono responsabilità, negligenze, ritardi
nei controlli o violazioni delle norme di sicurezza. A pagare il prezzo più
alto sono quasi sempre i lavoratori più fragili: giovani, precari, stagionali
oppure migranti impiegati nei lavori più pesanti. Persone che accettano
condizioni difficili pur di ottenere uno salario. Ma una Repubblica davvero
fondata sul lavoro non può accettare che il lavoro diventi un rischio per la
vita. Per questo motivo negli ultimi anni si discute sempre più spesso della
necessità di rafforzare il cosiddetto “diritto alla verità”: il diritto dei
cittadini e delle famiglie di conoscere con chiarezza le cause di ogni
tragedia, di individuare le responsabilità e di ottenere giustizia. Non solo
per le grandi stragi o per i delitti di mafia, ma anche per quelle morti
silenziose, le cosiddette morti bianche, che avvengono nei luoghi di lavoro. È
qui che il giornalismo assume una funzione fondamentale. Raccontare queste
storie significa impedire che vengano dimenticate. Significa dare un volto alle
vittime e ricordare che dietro ogni incidente c’è una persona che aveva sogni,
affetti, progetti. La lezione di Santo Della Volpe resta oggi più attuale che
mai: raccontare la realtà significa assumersi una responsabilità verso la società.
Perché una democrazia non si misura soltanto nelle istituzioni o nelle
elezioni, ma anche nei luoghi di lavoro: nei cantieri, nei campi, nelle
fabbriche, nei porti. È lì che si decide se le parole della Costituzione
restano ideali o diventano realtà. Finché anche un solo lavoratore morirà
mentre cerca semplicemente di vivere, l’articolo 1 della Costituzione resterà
una promessa incompiuta. Difendere il lavoro significa difendere la dignità
umana. E difendere la dignità umana significa, in fondo, difendere la
democrazia stessa.
Manuel Ruggirello
classe 5^A (Indirizzo Scienze
umane)
Costituzione: monito di verità e memoria.
Trapani deve onorare le morti bianche.
A Trapani il lavoro continua a interrogare la
coscienza civile del territorio. Tra tragedie recenti e il ricordo della frana
che il 24 febbraio 1954, durante i lavori della funivia Trapani-Erice, costò la
vita a quattro operai, il tema delle morti bianche resta una ferita aperta. A
oltre settant’anni da quella tragedia, famiglie di vittime sul lavoro chiedono
ancora verità, giustizia e sicurezza, affinché il principio costituzionale di
un’Italia «fondata sul lavoro» non resti soltanto una promessa.
«L’Italia è una Repubblica
democratica fondata sul lavoro», è il primo comma del primo articolo della Carta
costituzionale degli italiani, e la sua collocazione non è casuale. Il nostro
ordinamento esordisce sottolineando i valori fondanti di uno Stato: dignità,
partecipazione, cittadinanza, derivanti dall’impegno civico e dal lavoro del
cittadino. Il lavoro, ricordano i filosofi Hegel e Marx, è lo strumento in
grado di far realizzare l’individuo e conferirgli consapevolezza di sé e
dignità. Eppure, allo stato attuale, il sentimento più diffuso è quello di
incertezza, disillusione e precarietà. Convinzione questa suffragata ed
evidenziata dai dati statistici sulla disoccupazione e sul precariato, nonché
dei crescenti numeri di morti bianche. Come fa lo Stato a fondarsi sul lavoro
se questo non garantisce sicurezza e giustizia?
Santo Della Volpe, storico giornalista
del Servizio Pubblico, fu una figura esemplare. Nei suoi reportage per la Rai,
si è servito del suo lavoro per raccontare con rigore e umanità le morti sul
lavoro e quelle causate dalle mafie, raccogliendo il dolore dei familiari e la
loro richiesta ostinata di verità e giustizia. Il suo esempio richiama il
dovere della memoria, ma anche quello della responsabilità: dietro ogni dato
statistico c’è una persona, una famiglia, una comunità ferita.
Anche nel territorio trapanese il lavoro è spesso segnato da
fragilità strutturali e criticità nel rispetto delle norme sulla sicurezza e le
tragedie che periodicamente colpiscono i lavoratori ricordano che il diritto al
lavoro non è una conquista definitiva, ma una realtà da difendere ogni giorno,
attraverso controlli, formazione, investimenti, cultura della legalità e
soprattutto informazione. I diversi incidenti, che negli anni hanno colpito
operai e lavoratori della provincia di Trapani, lasciano dietro di sé famiglie
e comunità segnate dal dolore, ma animate dalla ricerca di condizioni di
sicurezza più solide. Tra le vittime più recenti c’è Giuseppe Carpinelli,
operaio di 33 anni morto nel 2024 dopo essere precipitato da una pala eolica
nel territorio di Salemi, e Jamel Zenzemi, operaio edile che ha perso la vita
in un incidente cadendo da un lucernario ad Alcamo. A ricordarci che questi
eventi non sono soltanto qualcosa di episodico e casuale vi è il recente
settantaduesimo anniversario della tragedia della funivia Trapani-Erice: il 24
febbraio 1954, durante i lavori di costruzione dell’impianto, una frana provocò
la morte degli operai Mario Simonte, Giuseppe Bellia, Salvatore Ganci e Angelo
Amato. Questi nomi, insieme a molti altri spesso dimenticati dalle cronache,
sono testimonianza che gli incidenti sul lavoro, nonostante le innovazioni e le
normative più rigide in tema di sicurezza, continuano ancora a verificarsi e ci
sono famiglie che, profondamente colpite, chiedono verità, giustizia e
responsabilità, affinché tragedie simili non vengano archiviate nel silenzio e
la sicurezza sul lavoro diventi davvero una priorità.
Queste vicende, storie di vita vissuta, voci disperate in
cerca di verità e sicurezza, per noi, in quanto cittadini, non possono rimanere
inascoltate e ignorate. Ế necessario che il nostro agire sia mosso da un
sentimento genuino e sincero, quale quello di Santo Della Volpe. Ciò significa
reclamare giustizia e verità, raccontare il lavoro dando voce a chi vive sulla
propria pelle precarietà, sacrifici e speranze. Significa non rassegnarsi a
considerare normale l’insicurezza, ma pretendere trasparenza, diritti e
dignità. Il dovere della memoria si intreccia così con il diritto alla verità:
conoscere le condizioni reali del lavoro è il primo passo per migliorarle e
mitigare, per quanto possibile, il dolore dei familiari di coloro che,
svolgendo il proprio lavoro, mossi dal senso civico, si sono eternamente
spenti.
Il futuro del territorio dipende dalla capacità di rendere
concreto ciò che la Costituzione proclama. Solo allora il lavoro non sarà più
una promessa fragile, ma il fondamento reale della nostra democrazia. Il
cambiamento è possibile, ma serve il “lavoro” di ogni cittadino.
Letizia Monaco
5^A (Indirizzo Scienze umane)
Istituto d’Istruzione Superiore
“Rosina Salvo”







