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lunedì 30 marzo 2026

Consegnate targhe per la partecipazione al concorso giornalistico "Santo della Volpe", un'iniziativa che unisce memoria, impegno civile e libertà d'informazione




Nell’ambito del programma del “Non Ti Scordar di me 2026”, la manifestazione dedicata alla memoria delle vittime della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985, organizzata dal Comune di Erice e dall’Associazione Libera – nomi e numeri contro le mafie, in collaborazione con la Federazione Nazionale della Stampa, l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Usigrai, Libera Informazione e Articolo 21, è stata indetta la decima edizione del concorso giornalistico “Santo della Volpe”, un’iniziativa che unisce memoria, impegno civile e libertà di informazione. Premiato per la partecipazione da Margherita Asta, sorella di Giuseppe e Salvatore Asta e figlia di Barbara Rizzo, vittime della strage mafiosa, Manuel Ruggirello, 5^A Scienze Umane, autore dell'articolo : Morire di lavoro: la Repubblica tradisce se stessa. Letizia Monaco, 5^A Scienze Umane, ha ricevuto la targa per la partecipazione dalla sindaca di Erice Daniela Toscano per l'articolo : Costituzione: monito di verità e memoria.


Morire di lavoro: la Repubblica tradisce se stessa

L’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Questa non è soltanto una dichiarazione simbolica, ma è una promessa solenne. Il lavoro, secondo i padri e le madri costituenti, non è semplicemente uno strumento di sostentamento: è il fondamento della dignità della persona, il mezzo attraverso cui ogni cittadino partecipa alla vita della comunità. Eppure la cronaca fa emergere qualcosa che non si può ignorare, ossia che in Italia si muore per lavoro. Il giornalista Santo Della Volpe, per molti anni volto autorevole del servizio pubblico della RAI, ha dedicato la sua carriera a raccontare proprio queste storie. Nei suoi servizi non c’era soltanto la cronaca dei fatti, ma il rispetto profondo per le persone. Della Volpe ha incontrato i familiari delle vittime della mafia, ma anche le famiglie di lavoratori morti nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi. Dietro ogni numero c’è un nome, una storia, una vita spezzata. Il suo lavoro ci ricorda che la memoria non è un esercizio retorico, ma un dovere civile. Perché ogni morte sul lavoro non rappresenta soltanto una tragedia privata: è una ferita che riguarda l’intera società. Questa contraddizione appare evidente anche nel territorio della provincia di Trapani, una realtà ricca di risorse ma segnata da difficoltà economiche e occupazionali e da norme e sistemi di sicurezza spesso elusi o non applicati. Il lavoro si concentra soprattutto in alcuni settori tradizionali: l’agricoltura, la pesca, l’edilizia, il turismo e i servizi. Sono attività che rappresentano il cuore dell’economia locale, ma che spesso convivono con problemi strutturali: stagionalità, precarietà, salari bassi e, talvolta, condizioni di sicurezza insufficienti. Nelle campagne il lavoro agricolo resta duro e faticoso ed è facile trovare braccianti che lavorano per ore e ore sotto il sole, spesso con contratti precari o irregolari e senza alcun dispositivo di sicurezza. Inoltre la mancanza di controlli adeguati e il ricorso al lavoro sommerso possono trasformare tale attività, che è essenziale, in una situazione ad alto rischio. Anche nel settore edilizio le criticità non mancano. I cantieri, che dovrebbero essere luoghi di costruzione e progresso, talvolta diventano luoghi di pericolo quando la sicurezza viene considerata un costo e non una priorità. Caschi, imbracature, protezioni: strumenti che dovrebbero essere la normalità, ma che in alcuni casi mancano o vengono utilizzati con superficialità. Le conseguenze sono drammatiche. Pertanto quando un lavoratore perde la vita mentre svolge il proprio mestiere, non si tratta soltanto di una fatalità. Spesso dietro queste tragedie si nascondono responsabilità, negligenze, ritardi nei controlli o violazioni delle norme di sicurezza. A pagare il prezzo più alto sono quasi sempre i lavoratori più fragili: giovani, precari, stagionali oppure migranti impiegati nei lavori più pesanti. Persone che accettano condizioni difficili pur di ottenere uno salario. Ma una Repubblica davvero fondata sul lavoro non può accettare che il lavoro diventi un rischio per la vita. Per questo motivo negli ultimi anni si discute sempre più spesso della necessità di rafforzare il cosiddetto “diritto alla verità”: il diritto dei cittadini e delle famiglie di conoscere con chiarezza le cause di ogni tragedia, di individuare le responsabilità e di ottenere giustizia. Non solo per le grandi stragi o per i delitti di mafia, ma anche per quelle morti silenziose, le cosiddette morti bianche, che avvengono nei luoghi di lavoro. È qui che il giornalismo assume una funzione fondamentale. Raccontare queste storie significa impedire che vengano dimenticate. Significa dare un volto alle vittime e ricordare che dietro ogni incidente c’è una persona che aveva sogni, affetti, progetti. La lezione di Santo Della Volpe resta oggi più attuale che mai: raccontare la realtà significa assumersi una responsabilità verso la società. Perché una democrazia non si misura soltanto nelle istituzioni o nelle elezioni, ma anche nei luoghi di lavoro: nei cantieri, nei campi, nelle fabbriche, nei porti. È lì che si decide se le parole della Costituzione restano ideali o diventano realtà. Finché anche un solo lavoratore morirà mentre cerca semplicemente di vivere, l’articolo 1 della Costituzione resterà una promessa incompiuta. Difendere il lavoro significa difendere la dignità umana. E difendere la dignità umana significa, in fondo, difendere la democrazia stessa.

Manuel Ruggirello

classe 5^A (Indirizzo Scienze umane)




Costituzione: monito di verità e memoria.

Trapani deve onorare le morti bianche.

A Trapani il lavoro continua a interrogare la coscienza civile del territorio. Tra tragedie recenti e il ricordo della frana che il 24 febbraio 1954, durante i lavori della funivia Trapani-Erice, costò la vita a quattro operai, il tema delle morti bianche resta una ferita aperta. A oltre settant’anni da quella tragedia, famiglie di vittime sul lavoro chiedono ancora verità, giustizia e sicurezza, affinché il principio costituzionale di un’Italia «fondata sul lavoro» non resti soltanto una promessa.

«L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», è il primo comma del primo articolo della Carta costituzionale degli italiani, e la sua collocazione non è casuale. Il nostro ordinamento esordisce sottolineando i valori fondanti di uno Stato: dignità, partecipazione, cittadinanza, derivanti dall’impegno civico e dal lavoro del cittadino. Il lavoro, ricordano i filosofi Hegel e Marx, è lo strumento in grado di far realizzare l’individuo e conferirgli consapevolezza di sé e dignità. Eppure, allo stato attuale, il sentimento più diffuso è quello di incertezza, disillusione e precarietà. Convinzione questa suffragata ed evidenziata dai dati statistici sulla disoccupazione e sul precariato, nonché dei crescenti numeri di morti bianche. Come fa lo Stato a fondarsi sul lavoro se questo non garantisce sicurezza e giustizia?

Santo Della Volpe, storico giornalista del Servizio Pubblico, fu una figura esemplare. Nei suoi reportage per la Rai, si è servito del suo lavoro per raccontare con rigore e umanità le morti sul lavoro e quelle causate dalle mafie, raccogliendo il dolore dei familiari e la loro richiesta ostinata di verità e giustizia. Il suo esempio richiama il dovere della memoria, ma anche quello della responsabilità: dietro ogni dato statistico c’è una persona, una famiglia, una comunità ferita.

Anche nel territorio trapanese il lavoro è spesso segnato da fragilità strutturali e criticità nel rispetto delle norme sulla sicurezza e le tragedie che periodicamente colpiscono i lavoratori ricordano che il diritto al lavoro non è una conquista definitiva, ma una realtà da difendere ogni giorno, attraverso controlli, formazione, investimenti, cultura della legalità e soprattutto informazione. I diversi incidenti, che negli anni hanno colpito operai e lavoratori della provincia di Trapani, lasciano dietro di sé famiglie e comunità segnate dal dolore, ma animate dalla ricerca di condizioni di sicurezza più solide. Tra le vittime più recenti c’è Giuseppe Carpinelli, operaio di 33 anni morto nel 2024 dopo essere precipitato da una pala eolica nel territorio di Salemi, e Jamel Zenzemi, operaio edile che ha perso la vita in un incidente cadendo da un lucernario ad Alcamo. A ricordarci che questi eventi non sono soltanto qualcosa di episodico e casuale vi è il recente settantaduesimo anniversario della tragedia della funivia Trapani-Erice: il 24 febbraio 1954, durante i lavori di costruzione dell’impianto, una frana provocò la morte degli operai Mario Simonte, Giuseppe Bellia, Salvatore Ganci e Angelo Amato. Questi nomi, insieme a molti altri spesso dimenticati dalle cronache, sono testimonianza che gli incidenti sul lavoro, nonostante le innovazioni e le normative più rigide in tema di sicurezza, continuano ancora a verificarsi e ci sono famiglie che, profondamente colpite, chiedono verità, giustizia e responsabilità, affinché tragedie simili non vengano archiviate nel silenzio e la sicurezza sul lavoro diventi davvero una priorità.

Queste vicende, storie di vita vissuta, voci disperate in cerca di verità e sicurezza, per noi, in quanto cittadini, non possono rimanere inascoltate e ignorate. Ế necessario che il nostro agire sia mosso da un sentimento genuino e sincero, quale quello di Santo Della Volpe. Ciò significa reclamare giustizia e verità, raccontare il lavoro dando voce a chi vive sulla propria pelle precarietà, sacrifici e speranze. Significa non rassegnarsi a considerare normale l’insicurezza, ma pretendere trasparenza, diritti e dignità. Il dovere della memoria si intreccia così con il diritto alla verità: conoscere le condizioni reali del lavoro è il primo passo per migliorarle e mitigare, per quanto possibile, il dolore dei familiari di coloro che, svolgendo il proprio lavoro, mossi dal senso civico, si sono eternamente spenti.

Il futuro del territorio dipende dalla capacità di rendere concreto ciò che la Costituzione proclama. Solo allora il lavoro non sarà più una promessa fragile, ma il fondamento reale della nostra democrazia. Il cambiamento è possibile, ma serve il “lavoro” di ogni cittadino.

Letizia Monaco

5^A (Indirizzo Scienze umane)

Istituto d’Istruzione Superiore “Rosina Salvo” 

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